La genialità artistica del futuro nell’immaginazione creativa di Torido Mazzotti
di Antonella Marotta

Torido Mazzotti ceramista, come a lui piaceva definirsi, amava spesso ricordare che nella conoscenza tecnica e pratica della ceramica: <quando ti sembra di essere padrone della materia, capisci che devi iniziare tutto da capo!>. Questo senso dei propri limiti, dopo una vita dedicata alla ceramica, lo rendeva di continuo disponibile ad esperimenti o innovazioni che riguardassero il suo "adorato" lavoro.
Torido ebbe il merito e la fortuna di formarsi un bagaglio tecnico e culturale profondamente diverso da quello che era allora ritenuta la "preparazione di base" di un ceramista che "apriva bottega".
Figlio del torniante Giuseppe Mazzotti (vulgo Bausin), già padrone di fabbrica a Pozzo Garitta a Albisola Mare, e di Celestina Gerbino Promis, figlia del primo maestro elementare della cittadina ligure, aveva precocemente dimostrato attitudine per il disegno e per questo aveva frequentato l’"Istituto di Arti e Mestieri" di Savona.
Fin da ragazzo aiutava nella fabbrica paterna, dove iniziò giovanissimo e dipingere, sotto la guida di Dario Ravano e Pietro Rabbia, due pittori maestri di decorazione. Finiti gli studi, a 20 anni circa, in pieno periodo bellico (Torido nacque nel 1895) e grazie alla sua preparazione scolastica, venne assunto come disegnatore tecnico all’Ansaldo di Genova Sampierdarena. Bausin, a cui piaceva la propria libertà e quella altrui, volendo un giorno fargli visita, si presentò ai cancelli della fabbrica genovese.
A quei tempi l’accesso allo stabilimento per un estraneo e per di più non preventivamente autorizzato era impossibile, cosicchè Bausin tornò a Albisola amareggiato.
Quelle porte chiuse dovettero sembrargli quelle di una prigione tanto che, a guerra terminata, quando il figlio era indeciso se rimanere impiegato all’Ansaldo o andar via, memore di quell’esperienza commentò: <Vieni a lavorare nella ceramica. Guadagnerai meno, ma da uomo libero!>.
Torido venne così assorbito nella fabbrica paterna e nel 1924, dopo il matrimonio con Rosa Bovio, ne aprì una propria a Albisola Superiore che rimase produttiva sino al 1934, quando si ricongiunse con il padre e il fratello Tullio, nella nuova fabbrica progettata dall’architetto bulgaro Nicolaj Diulgheroff, costruita sulla foce del torrente Sansobbia e nelle fondamenta della quale Bausin volle gettare un vaso come gesto augurale.
Del nuovo edificio Torido progettò i forni per le cotture e due anni dopo nel 1936, su suo disegno e con l’approvazione di Diulgheroff, venne aggiunta una nuova costruzione, perchè l’edificio esistente si era dimostrato insufficiente lasciando poco spazio ai laboratori. Dopo la divisione tra Tullio e Torido, avvenuta nel 1959, quest’ultimo continuò a lavorare nell’edificio dove già abitava e dove operano oggi le "Ceramiche Giuseppe Mazzotti 1903 Albisola". Il lavoro di Torido e il suo ruolo in fabbrica gli permisero di vivere a contatto con le più grandi personalità del mondo artistico dell’epoca, sia durante gli anni ‘30, quando Albisola venne definita da Marinetti la "libera Repubblica delle Arti", sia durante "i meravigliosi anni ‘50", dove nella cittadina ligure si confrontarono artisti, critici, mercanti e intellettuali di fama internazionale.
Non desideroso di protagonismo, ma persona abile e competente, fu il braccio destro indispensabile al fratello Tullio e come ricordò Celina Mazzotti Martinengo nel libro Omaggio a Torido, curato da Federico Marzinot: <Torido e Tullio avevano creato un "unicum" che singolarmente forse non avrebbero mai ottenuto. Torido con la sua straordinaria professionalità e la sua completa disponibilità, realizzava quello che l’eccezionale intelligenza e sensibilità di Tullio ideava>.
Mi piace a questo proposito, ricordare un aneddoto che Torido raccontava spesso con soddisfazione e orgoglio. Negli anni ‘30, quando numerosi artisti invitati da Tullio, frequentavano la fabbrica Mazzotti, Torido, oltre ad essere "inventore di originali ceramiche futuriste, appassionato ricercatore di nuove tecniche ceramiche", era anche colui al quale era "affidato il compito di realizzare le aeroceramiche disegnate da Fillia, Prampolini, Depero" e altri grandi pittori futuristi, che di ceramica sapevano ben poco.
Una sera facendo l’ultimo giro in fabbrica per controllare che tutto fosse in ordine, vide abbandonati sopra a un tavolo alcuni pezzi modellati, fra cui erano riconoscibili due piccole teste di cavallo che erano in via di essicazione. Da esperto quale era si rese subito conto che se avesse lasciato tutto com’era, l’indomani niente sarebbe stato più utilizzabile, così iniziò a unire i pezzi disponibili creando un cavallino con un corpo molto lungo, all’inizio e alla fine del quale attaccò le due teste. Il giorno dopo Nino Strada vide i suoi pezzi così assemblati e a Torido che gli spiegava la necessità del suo gesto rispose:<Bravo, mi piace!>. Così nacque il "Cavallino a due teste" di Nino Strada, che venne prodotto tra l’altro in numerosi esemplari per una ditta di pelletteria.
Sempre attento a ciò che accadeva intorno al suo lavoro non mancava di visitare gli altri centri italiani noti per la loro produzione ceramica come Vicenza, Venezia, Firenze, Faenza, in occasione di esposizioni e mostre di ceramica, non perdendo l’occasione di confrontarsi con altri ceramisti. Nel 1928 frequentò, per esempio, un corso annuale di "Storia della ceramica italiana medioevale e moderna", organizzato dall’Istituto Interuniversitario Italiano e dal Museo internazionale delle ceramiche di Faenza, coordinato dal professor Gaetano Ballardini. Rimase inoltre, in contatto, anche amichevole, per molti anni con Giuseppe Liverani, direttore del Museo internazionale della ceramica di Faenza; sue ceramiche futuriste insieme a quelle del fratello Tullio sono tutt’oggi conservate nel museo faentino.
A Torido si deve sicuramente il merito di avere introdotto nella lavorazione della ceramica l’uso del disegno tecnico di cui si servì sempre. Infatti la sua esperienza all’Ansaldo lo orientò verso l’ordine, il lavoro organizzato e ciò lo portò a inserire, nel processo lavorativo, la fase del disegno su carta della linea dell’oggetto che veniva richiesto al torniante, dopo averne indicato misure e dimensioni. Fino ad allora l’uso comune era quello di tracciare il contorno dell’oggetto commissionato per terra, davanti al torniante, con un pezzo di carbone o con un gesso, o meglio ancora usando come lavagna la polvere e come matita un pezzo di canna. Alcune volte questo tipo di progettazione era completato dalle indicazioni per la decorazione. E’ possibile così oggi ammirare più di 1800 disegni che il nipote Tullio ha riordinato, dividendoli per stili e generi in 10 raccoglitori e che rappresentano un indiscutibile patrimonio storico-culturale. Una riflessione più approfondita merita una parte di questi disegni tecnici: quella legata al periodo futurista.
Sappiamo che durante il futurismo la concezione della riproducibilità della ceramica d’artista ( che spesso andava a coincidere con la ceramica di produzione), era il perno sul quale ruotavano l’interesse e la filosofia di chi ne creava i modelli. A dimostrazione di ciò, rimangono conservati dalla fabbrica, oltre ai progetti lasciati dall’artista stesso e la corrispondenza relativa a ciò che veniva realizzato, i disegni tecnici e i calchi che ne consentivano la produzione seriale.
In un catalogo del 1928 che conta circa 500 tipi di oggetti, c’erano precisi accenni a pezzi futuristi, per esempio "Boccale orecchia", "Barattolo Tullio a curve", "Boccale policentrico", oggetti ideati da Tullio ma progettati per la produzione da Torido. In un altro catalogo posteriore al 1930 che conta 698 oggetti dei quali 81 di forma o denominazione futurista o riecheggiante il Decò, figurano oggetti di Diulgheroff come "Servizio caffè Diulgheroff", e poi ancora "Coppa Torido", "Coppa amatoria" ecc...
Benché la produzione futurista fosse poco apprezzata per la sua "urtante novità" il fatto che comunque fosse inserita in cataloghi vendita, dimostra come la filosofia della serialità dell’oggetto d’artista avesse preso campo, riuscendo anche ad ampliare la gamma produttiva della fornace Mazzotti.
Ben 180 disegni tecnici di Torido riguardanti questo periodo, dimostrano ciò che è stato sopra affermato; ma quello che è veramente interessante notare è come, con largo anticipo, questa tecnica di progettazione a ben vedere, fissa i fondamenti che si ritroveranno 50 anni dopo nel design e che pertanto, a buon diritto, Torido può essere indicato come "padre del design moderno".
Vorrei concludere queste mie riflessioni ricordando che un giorno, verso la fine degli anni ‘80, venne a visitare la fornace Mazzotti un noto designer (Matteo Thun) il quale trovandosi di fronte alle ceramiche futuriste disse a Bepi Mazzotti, che gli faceva da guida: < Noi non abbiamo inventato niente, lo avevate già fatto voi 50 anni fa!>.